Analisi e studi parlano dell’uscita del continente dalla crisi occupazionale, ma uno sguardo più da vicino ci offre un quadro in chiaroscuro.

Il tasso di disoccupazione di un paese è quasi sempre un dato statistico rilevante per comprendere non solo il livello medio generale di benessere ma anche la sua composizione interna, soprattutto in termini di disuguaglianze e coesione sociale. Non è indicatore unico per misurare il benessere: ci sono paesi sviluppati o in crescita economica che comunque hanno tassi di disoccupazione elevati e viceversa vi sono paesi con un basso indice di disoccupazione ma con PIL in diminuzione, tuttavia è un indice fondamentale per comprendere la redistribuzione della ricchezza interna, ed è un fattore fondamentale che influenza altri elementi come l’inflazione, il costo del lavoro, il mercato immobiliare, i tassi di interesse e molto altro ancora.
In economie mediamente avanzate come quella europea, il tasso di disoccupazione è sempre stato considerato un elemento dirimente rispetto alla salute complessiva di una nazione.
La crisi del 2008-2012, partendo dai mutui statunitensi, ha prodotto una reazione a catena di proporzioni mondiali. Vari studi hanno dimostrato quanto sia stata una crisi anche di un modello di produzione (e di sovraproduzione) e che abbia avuto tra le sue conseguenze più gravi l’innalzamento del tasso di disoccupazione e di disoccupazione giovanile in quasi tutti i paesi europei.
Tuttavia, da quando i Lehman Brothers hanno dichiarato bancarotta fino ad oggi è trascorso parecchio tempo, 12 anni ormai, e il nostro continente ha attraversato notevoli trasformazioni. Oggi la maggior parte degli analisti economici e dei commentatori dichiarano terminata quella “storica” crisi economica e si ritiene, con essa, anche la “febbre” dei tassi di disoccupazione. In questo articolo ad esempio, The Economist sentenzia che ormai quella pagina si è conclusa, analizzando per lo più dati agglomerati del continente.
In questa lunga analisi sfaccettata, invece, il Sole 24 Ore è decisamente più cauto, e prova ad evidenziare luci ed ombre della attuale situazione italiana, anche per quanto riguarda la disoccupazione. Tuttavia, il sentore che il peggio sia passato è diffuso. Anche il Financial Times si mantiene su questo livello di analisi, con una serie di considerazioni positive, e qualche inciso sulla disoccupazione che rimane un tallone d’Achille.
Considerando le opinioni di un giornale di uno dei paesi più colpiti dalla crisi economica e della disoccupazione, cioè la Spagna, riscontriamo su El Pais alcuni elementi chiave per comprendere appieno la situazione. Il giornale spagnolo analizza diversi strumenti utili a comprendere la reale entità della popolazione disoccupata presente nel territorio nazionale, e ammette che un terzo delle persone che hanno perso il lavoro nel 2008/2009, a undici anni di distanza non sono riuscite a re-inserirsi nel mercato.

Proviamo ad addentrarci nei dati che ci offrono le principali banche dati europee e nazionali per comprendere il fenomeno. Nel farlo useremo un arco temporale e spaziale preciso. Consideriamo i dati relativi alla disoccupazione del 2007/2008 cioè prima dello scoppio della crisi, prendiamo in considerazione i dati degli anni in cui essa si è manifestata nel modo più duro, cioè dal 2010 al 2012, e infine consideriamo il dato del 2018/ 2019, cioè gli anni che avrebbero dovuto segnare la fuoriuscita dal periodo nero.
Poiché lo spazio europeo è estremamente sfaccettato, analizziamo due gruppi di stati differenti che hanno vissuto la crisi in modo diverso. Da un lato selezioniamo quattro paesi del centro nord (Belgio, Paesi Bassi, Francia e Germania) che erano tra le economie più forti del continente prima della crisi, dall’altro quattro paesi del sud (Spagna, Italia, Grecia e Portogallo) che invece nei primi anni zero erano già economicamente più deboli in raffronto al quadro europeo complessivo.
Svolgiamo questa analisi comparata perché più segnali ci suggeriscono che anche se i dati aggregati, offerti dallo stesso Eurostat, ci parlano di un superamento del problema disoccupazione, la realtà osservata con una lente più precisa e soprattutto sfaccettata offre angolature differenti.
Partiamo con il dato più semplice, il tasso di disoccupazione a livello nazionale.

Fonte Eurostat
Il qui presente grafico dimostra un primo dato evidente. I paesi che semplificando denominiamo “area nord” sono ritornati a un tasso di disoccupazione analogo a quello pre-crisi economica, (nel caso di Germania, Belgio e Paesi Bassi il tasso è inferiore al 2008) i paesi “area sud” sono ben lontani da tornare a quel livello, con l’eccezione del Portogallo. Italia e Spagna hanno un tasso di disoccupazione del 4% superiore al proprio tasso del 2008 mentre in Grecia è al 12% in più.
Se invece consideriamo dei nuclei familiari con minori e privi di lavoro, otteniamo il seguente grafico.
Fonte Eurostat
Qui la frattura tra Nord e Sud Europa è meno marcata. Il non-rientro rispetto ai livelli pre crisi riguarda tutti i paesi, tranne il Portogallo. In questo ambito pertanto hanno valori ancora elevati anche i paesi del Nord. Si può forse spiegare la differenza con il grafico precedente, per la presenza, al Nord, di sistemi di welfare più avanzato che permettono a nuclei monogenitoriali con minori di vivere anche senza attività lavorativa per periodi prolungati di tempo. Tale possibilità è invece negata in paesi con un welfare più debole (quelli di area Sud), e nei quali è più comune rientrare nella struttura familiare originaria in caso di mancanza di lavoro e di presenza di minori
Quando invece passiamo alla percentuale di lavoratori disoccupati di lungo periodo, otteniamo ancora una volta andamenti che confermano il non rientro rispetto ai valori precedenti il 2008.
Anche qui successivamente alla crisi i paesi area Nord hanno ridotto la percentuale, attestandosi per lo più a valori inferiori a quelli del 2006, quelli di area Sud non sono riusciti a tornare ai valori del 2006 tranne, ancora, il Portogallo, mentre l’Italia continua a crescere il proprio valore assoluto. Rispetto a questo parametro, infatti, nel nostro paese, la crisi sta ancora aggravandosi.
Ci sono varie possibili spiegazioni di queste tendenze. Una prima potrebbe essere che la crisi economica non è stata superata nel contesto di economie deboli (la Grecia, in parte l’Italia) o economie rese fragili da bolle economiche (la febbre del mattone spagnolo degli anni 90 e primi 2000) e pertanto la popolazione di questi paesi è ancora fortemente disoccupata perché oggettivamente il mercato del lavoro è in difficoltà. Un’altra spiegazione è che sono tre paesi in cui l’unica risposta alla crisi è stata quella neoliberista e dell’austerità. Tagli drastici alla spesa pubblica, privatizzazioni, riforme (cioè spesso restrizioni) del welfare sono stati un tratto comune di Grecia, Italia e Spagna, e probabilmente non sono gli strumenti migliori per facilitare il re-ingresso nel mondo del lavoro. Il Portogallo è una eccezione, e si potrebbe spiegare l’ eccentricità del paese lusitano con il fatto che è l’unico stato ad aver adottato politiche economiche differenti, che hanno mirato all’inclusione sociale prima che al pareggio di bilancio, soprattutto dal 2015 in poi quando si è insediato il governo socialista di Antonio Costa.
Si potrebbe obiettare, come fa in questo articolo Denis McShane, che però le stesse politiche di austerità invece in Est Europa hanno funzionato rispetto all’obiettivo, ma è pur vero che nei paesi dell’Est la genesi della ripartizione del mercato del lavoro ha una storia differente dal crollo del muro di Berlino ad oggi, e quindi il paragone è un po’ inappropriato.
E’ tuttavia innegabile che la narrazione della fine della crisi economica nasconde una verità, cioè che la frattura che allontana Sud e Nord del continente si è aggravata proprio a compimento dei 10 anni dal crack economico mondiale e che uno dei parametri sociali più sensibili, la disoccupazione, è ben lontano dal tornare all’interno di livelli “gestibili” con politiche di welfare, quali erano quelli pre 2008, almeno per quanto riguarda Spagna Italia e Grecia. La situazione è ancora meno “riparabile” oggi perché quello stesso welfare è stato indebolito dai colpi delle scelte liberiste dei governi e quindi riesce molto meno a tamponare le debolezze.
Proviamo a passare dai dati agglomerati a livello nazionale ad alcune letture regionali.
Nei seguenti grafici abbiamo considerato il tasso di disoccupazione dal 2007 a oggi nelle regioni economicamente più arretrate di Grecia, Spagna, Italia e Portogallo. Ancora una volta risulta estremamente evidente quanto la crisi non sia superata e quanto la disoccupazione sia ancora a livelli seri in tutte le aree considerate.
La persistenza del fenomeno può quasi far pensare che non ci siano margini reali per un superamento del problema con il ritorno a valori antecedenti il 2008.
Questo è il caso della Grecia:

Fonte Eurostat
Non è dissimile la situazione nelle regioni più povere della Spagna
Fonte Eurostat
E pure in quelle dell’Italia
Fonte Eurostat
Mentre il Portogallo è riuscito a portare fuori dalla crisi economica anche le aree più deboli del paese, nonostante abbia attraversato attorno al 2012 anni difficili con percentuali di disoccupazione molto elevati.
Fonte Eurostat
In questo interessante articolo Boeri e Jimeno avanzano delle ipotesi per spiegare le profonde disuguaglianze che il continente attraversa in termini di disoccupazione a seguito della crisi economica. In particolar modo criticano la scelta dei governi di perseguire la ripresa solo aumentando la competitività esterna e attraverso politiche di taglio alla spesa pubblica, mentre le istituzioni sovranazionali (la Commissione Europea in primis) non sono state in grado di intervenire anche nell’ottica di omogeneizzare la reazione alla crisi e permettere di evitare l’approfondirsi delle fratture interne al continente.
Si può aggiungere a quanto scrivono Boeri e Jimeno che se il tasso di disoccupazione oggi fosse più omogeneo grazie ad un maggiore protagonismo delle istituzioni europee nel rispondere alla crisi economica, la retorica antieuropea e sovranista non avrebbe più un suo cavallo di battaglia fondamentale.
Va in ultimo considerato un altro fattore: le migrazioni interne ai paesi UE, soprattutto nella direttrice Sud-Nord. Secondo l’ISTAT, in dieci anni più di 800 mila italiani sono migrati verso altri paesi UE, in cerca di un lavoro o di una condizione lavorativa migliore, e i dati a disposizione non tengono in considerazione l’elevatissimo numero di chi migra senza provvedere all’iscrizione all’AIRE nel nuovo paese UE di arrivo. Le cifre anche in Spagna e Grecia sono similmente elevate. Se si fosse lavorato al fine di ridurre il divario Nord/Sud Europa questo dato si sarebbe potuto circoscrivere o limitare a chi ha realmente desiderio di migrare e non forzato dall’assenza di alternativa. Non si può neppure dimenticare che la critica e la paura nei confronti della migrazione inter-comunitaria è stato un strumento determinante di propaganda per il leave nel Regno Unito, probabilmente persino di più della paura dei migranti extracomunitari.
Se esistessero politiche di inclusione sociale comuni a livello europeo finalizzate a ridurre il divario nel tasso di disoccupazione, come richiedono Boeri e Jimeno, queste contribuirebbero, forse, a mettere argine alle forze conservatrici che minano alla sopravvivenza stessa del progetto comune di Europa.




